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STORIE - Rinascere dal silenzio: il canto dopo il lockdown

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di Graziano D'Urso

 

 

Il 25 ottobre 2020 è una data che non dimenticherò mai. Dopo nove lunghi mesi di silenzio, di sale chiuse e di palchi spenti a causa della pandemia, la mia voce è tornata a vibrare davanti a un pubblico. La Chiesa dei Santi Apostoli di Riposto fu il luogo della mia rinascita: lì, per l’Accademia Operistica Internazionale, cantai di nuovo, con la trepidazione e l’emozione di chi ritrova una parte di sé. Non era solo un concerto, era una liberazione. Poco dopo, nello stesso luogo, celebrai la fine dell’anno con un evento trasmesso in diretta televisiva e streaming: un segnale che la musica, nonostante tutto, non si era mai arresa.

In quel periodo ogni occasione di esibizione aveva un sapore diverso, quasi sacro. Persino un’intervista radiofonica, come quella del 18 dicembre 2020, in cui parlai di lirica al tempo del Covid, diventava un modo per testimoniare che l’arte era sopravvissuta. Nello stesso giorno pubblicai l’album Arie d’opera, disponibile sulle piattaforme digitali: un gesto di fiducia, un modo per gridare che la voce non può essere confinata.

Da lì in avanti la mia vita fu un susseguirsi di concerti, studi e nuove sfide. La laurea con lode in canto, il saggio musicologico sul baritono verdiano, le prime esperienze come direttore di coro e docente, i tanti ruoli che ho interpretato da Verdi a Puccini, da Bellini a Mascagni: tutto si intrecciava in un percorso che non era solo artistico, ma umano. Perché ogni traguardo non nasceva mai dal nulla, ma da una lotta silenziosa contro la paura, il dubbio e la solitudine di quel tempo sospeso.

Con il passare degli anni, accanto all’attività sul palco, si fece sempre più forte in me la vocazione all’insegnamento e alla ricerca. La vocologia artistica mi aprì orizzonti nuovi: studiare la voce con strumenti scientifici mi permise di guardare al canto con occhi diversi, di aiutare i miei allievi a conoscersi meglio e a trovare la propria autenticità vocale. Ogni concerto, ogni libro pubblicato, ogni corso seguito non erano che tasselli di un unico mosaico: il desiderio di dare alla musica la mia vita e, insieme, di trasmettere ciò che imparavo.

Ricordo con emozione i concerti che segnarono tappe fondamentali: la Messa in La minore di Bellini nella Cattedrale di Catania, i galà natalizi che mi fecero respirare di nuovo il calore del pubblico, i ruoli verdiani e pucciniani che hanno nutrito la mia voce e il mio cuore. Ogni palco, dal più solenne al più intimo, mi ha insegnato qualcosa.

Ed è così che, passo dopo passo, mi sono ritrovato a coniugare l’arte con lo studio, la didattica con la ricerca, la scena con la scrittura. In fondo, per me, cantare significa questo: raccontare storie, ma anche viverle e trasformarle in insegnamento.

Se ripenso a quel periodo, una certezza mi accompagna: la voce non è mai soltanto suono. È resistenza, è fede, è capacità di rialzarsi. Dopo mesi di silenzio ho capito che non basta cantare, bisogna imparare a trasformare le difficoltà in musica. È questo che rende un cantante davvero interprete: non la perfezione tecnica, ma la verità di ciò che porta in scena.

Ecco perché ho scritto Memorie di un cantante. Approccio all’opera lirica: per condividere questo viaggio fatto di cadute e di riprese, di palchi e di studi, di passione e di sacrificio. Se sei un giovane cantante o un appassionato che sogna di scoprire l’opera dall’interno, queste pagine sono per te. Perché la vera lezione che la musica mi ha dato è che la voce non si spegne mai, se continui a credere in ciò che canti.

Se ti fossi perso l'articolo precedente clicca su STORIE - I ruoli d'opera e i premi musicali.

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